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Moroli SpinolaBandiera a mezz’asta in casa Lazio, l’inattesa scomparsa del grande pallanuotista degli anni ’60 ha profondamente addolorato la famiglia del nuoto biancoceleste e tutti coloro che lo hanno apprezzato e ammirato nelle sue straordinarie performances con i nostri colori sociali.
Il Presidente, il Consiglio d’Amministrazione, gli atleti, i tecnici, i dirigenti, il Segretario Generale  e il personale tutto della nostra società si stringono attorno alla moglie Josemi, ai figli Michela e Matteo, e a tutta la famiglia con sentimenti di affettuoso, commosso cordoglio. 

Di seguito il ricordo del Presidente della S.S. Lazio Nuoto, Massimo Moroli.

Chi ha avuto il privilegio di vivere la straordinaria avventura dello sport, quello vero, sudore, lacrime e sangue ma anche tante emozioni, esperienze e soddisfazioni straordinarie, di solito ha avuto anche almeno un amico, compagno di viaggio di quel momento magico che segnerà per sempre la loro vita.
Alberto  è stato per me quell’amico e quel compagno di viaggio e il suo ricordo è così fortemente intrecciato ai ricordi di quegli anni ruggenti che spesso mi domando se quegli anni fossero per noi così tanto ruggenti grazie allo sport o alla nostra amicizia.
Ci sentivamo forti, belli, quasi immortali.
Anche se lui vantava nobili origini ed era chiamato da tutti il marchese, eravamo sempre squattrinati ma con tanti sogni, fiducia nel futuro e il tocco magico della gioia di vivere.
A una festa di capodanno conoscemmo Siegi, che più tardi sarebbe diventata mia moglie e madre di Katrina e Stefano.
Poi Alberto si è trasferito, per lavoro e per amore di Josemi, a Milano e ha completato il suo percorso di top player della pallanuoto con il Nervi.
Per entrambi è venuto il momento del matrimonio, dei figli, del lavoro e piano piano ci siamo persi di vista.
Un blackout di più di 40 anni, interrotto solo da qualche telefonata in occasione di un suo delicato momento famigliare.
Poi un giorno te lo rincontro alla Canottieri Lazio. Sempre il solito. Pieno di vita e di entusiasmo. Era come se non ci fossimo mai persi di vista.
Abbiamo ripreso a sentirci per telefono. Se passava per Roma trascorrevamo qualche ritaglio di tempo assieme, a volte anche in piscina per vedere gli allenamenti del nipotino Jerome.
Un giorno mi invita a una festa di famiglia al Terminillo e lì mi è sembrato di tornare indietro di 50 anni. Sembrava un film di Muccino, c’erano i fratelli Francesco e Vittorio, le sorelle Anna e Luisa, i figli, i nipoti, le zie, i fidanzati, le fidanzate, pervenuti da ognidove, in una sorta di revival anni 60 quando il gran maestro di cerimonia di quegli eventi era Aimone, mitico padre di Alberto. E Alberto muovendosi come lui,  con il suo stesso carisma e con una notevole rassomiglianza fisica, accreditava ancora di più questo nostalgico pensiero al passato.
Alberto non si lamentava mai, la sua vocazione era di dare forza agli altri e di pensare sempre in positivo, perché tutto si può sistemare.
Non sapevi mai come se la passasse perché per lui tutto filava a gonfie vele e tutti erano contenti.
Per questo negli ultimi tempi mi parlava di qualche visita di controllo, una colonscopia, un piccolo intervento ma tutto andava bene, non c’era nulla di cui preoccuparsi.SpinolaMoroli
Katrina incontra spesso la nipote di Alberto, che vive a Roma, quando entrambe portano il cane al parco e qui viene a sapere la notizia shock, a zio Alberto restano pochi giorni di vita, forse qualche mese.
Lo chiamo subito, fingo di essere allegro come al solito, lo sento con una voce sfinita ma sempre, incredibilmente, meravigliosamente positiva. Va tutto bene, tutto bene, devo solo passare all’ospedale per qualche controllo e forse un ritocchino, ma tutte sciocchezze, poi ci sentiamo. Stava per uscire per l’ultima volta dalla sua casa.
Richiamo dopo qualche giorno ma il cellulare non risponde, riprovo, idem.
Chiamo Ermanno, il nipote, padre di Jerome. La risposta è tremenda, non c’è speranza.
Oggi mi richiama lui, Ermanno. Zio Alberto ci ha lasciati.
Se c’è una persona per la quale non ti saresti mai aspettato di sentire queste parole è proprio Alberto.
Energia allo stato puro, gioiosamente caciarone è stato, in ogni passaggio della sua esistenza, un cultore della gioia di vivere, dell’amore, della famiglia, del bello e del ben fatto.
Nel momento dello sport è diventato un campione andando sempre alla ricerca del gesto spettacolare, della bella giocata, del colpo di genio, a volte spiazzando i suoi stessi compagni come quando, in una partita con la CC Napoli, dopo un intervento difensivo, volendo passare di rovesciata la palla al portiere, lasciò di stucco l’ignaro Vallone e la palla entrò in rete.
Ma il capolavoro fu alle Olimpiadi di Tokyo.
Ultima partita del torneo, l’Italia, sicuramente 4^ qualsiasi sia il risultato,  incontra la Yugoslavia che si gioca l’oro con l’Ungheria impegnata a sua volta contro la Russia.  
Se entrambe vincono decide la differenza reti ma favorita è la Yugoslavia perché l’Italia affronta l’ultima partita praticamente scarica e senza obiettivi.
E infatti la partita volge al termine con la Yugoslavia in vantaggio 2 a 0, virtualmente campione olimpica.
Ma c’è il colpo di scena che stravolge il copione.   
Il marchese, come spesso gli capita, spara la bomba intelligente e, quasi al fischio di chiusura,  mette a segno quel 2 a 1 che, per differenza reti, trasferirà l’oro al collo dei magiari e cambierà la storia dell’olimpiade.
Qualche tempo fa mi ritrovai a parlare con Sandic, l’uomo simbolo di quella Yugoslavia. Ancora non era riuscito a digerire la polpetta avvelenata del marchese ma neanche a capacitarsi della magia di quella giocata fatale.
In questi momenti di grande cordoglio c’è sempre il rischio di inciampare nella retorica,  per questo voglio ricordare Alberto così, nel suo splendore, con questi simpatici aneddoti cercando, per quanto possibile, di esorcizzare il dolore che avvolge tutti noi.
So che lui avrebbe voluto così.
Sono affettuosamente vicino, insieme a Siegi rimasta sempre molto amica a lui e a Josemi,   ai suoi cari, la sterminata famiglia che lui tanto amava e per la quale era un simbolo.
Li abbraccio tutti  in un solo nome,  Josemi, compagna di un percorso di vita colmo di amore ma anche con tanti passaggi difficili, sempre assieme, nella gioia e nel dolore.
Per quanto mi riguarda, sino quando resterò al timone della Lazio Nuoto mi adopererò per tramandare la figura e il ricordo del mio amico più caro e di un nome che di diritto fa parte della storia gloriosa del sodalizio.

NB
Nella foto in alto  Massimo Moroli (sin.) e Alberto Spinola da giovani, nella foto a destra gli stessi ad ordine invertito immortalati in occasione dell'incontro al Terminillo